Numerosi sono i verbi che descrivono le principali tra le molteplici funzioni della rifinizione; potremmo citare, ad esempio: proteggere, equalizzare, coprire, mascherare, funzionalizzare, enfatizzare, nobilitare.

 

Ma se volessimo estrapolarne uno, che possa davvero riassumere il senso complessivo dell’operazione, dovremmo probabilmente soffermarci sull’ultimo di questi: la nobilitazione del cuoio rappresenta un macro-obiettivo fondamentale e omnicomprensivo del processo di rifinizione, che sottende la capacità del produttore di esaltare gli aspetti pregevoli della materia prima, camuffare sapientemente gli errori e i difetti di produzione, migliorare le prestazioni tecniche e la resistenza a fattori ambientali ed antropici, promuovere un complessivo miglioramento delle caratteristiche merceologiche e sensoriali, conferire valore aggiunto, ecc.; in altri termini, le operazioni di rifinizione, sotto numerosi aspetti, sono quelle attraverso cui affiorano in maniera più evidente ed immediata le competenze e conoscenze tecniche, le capacità di problem solving e la creatività dei produttori di cuoio nazionali, che da secoli primeggiano nella capacità di valorizzare i prodotti, tramandando gli approcci più virtuosi della pratica dell’arte conciaria.

 

Va tuttavia evidenziato che le tradizionali rifinizioni sono realizzate mediante l’impiego di sostanze, prevalentemente di natura polimerica, con particolare riferimento all’impiego di alcuni polimeri di sintesi, che in molti casi possono presentare alcune criticità, soprattutto sul piano eco-tossicologico; nello specifico, ad eccezione fatta per le rifinizioni effettuate esclusivamente mediante impiego di cere o di polimeri di origine naturale di tipo proteico (caseina, albumina), trovano tipicamente un largo impiego polimeri di sintesi (poliuretani,  poliammidi,  polisilossani, resine acriliche e copolimeri, resine butadieniche e copolimeri,  resine poliviniliche,  resine epossidiche), oltre che alcuni polimeri naturali modificati, con particolare riferimento ai derivati della cellulosa (nitrocellulosa, etilcellulosa, acetato di cellulosa, acetobutirrato di cellulosa).

 

Sebbene queste ultime categorie di formulati vengano impiegati con successo, singolarmente o in combinazione tra di loro, per la produzione di film multilayer dalle più disparate caratteristiche, la possibile presenza di plastificanti, ausiliari, residui di produzione, possibili tracce di metalli e solventi di interesse eco-tossicologico, oltre che il potenziale impatto connesso allo smaltimento degli stessi formulati, possono ingenerare alcune criticità, o comunque penalizzare la qualità e l’appeal complessivo dei prodotti, nel quadro di un contesto produttivo che mira ad essere sempre più sostenibile e circolare.

 

Come in tutti i contesti di produzione, innovazione e creatività dove il “genio italiano” si è tradizionalmente espresso al meglio, anche nel caso per la produzione di nuovi film di produzione, le soluzioni possono derivare da chiari elementi di rottura con il passato, che passino per l’adozione di approcci totalmente differenti e l’adozione di nuovi paradigmi produttivi.

Una delle risposte più interessanti può derivare dal mondo delle tecnologie sostenibili, con particolare riferimento al campo delle biotecnologie.

 

In tale direzione si muovono le recenti attività avviate nell’ambito del Dipartimento di Biotecnologie Conciarie, attraverso le quali sono in fase di sviluppo delle soluzioni che prevedono l’impiego di approcci biotecnologici per la realizzazione di film realizzati a partire da materiali naturali derivanti da scarti, processati in modo sostenibile.

Costituisce un esempio in tal senso un progetto che vede la partecipazione di BioLogic per la sperimentazione di alcuni processi generativi di biomateriali provenienti da scarti, prevalentemente vegetali, di origine agroalimentare, per la realizzazione di biofilm da impiegare in rifinizione; il processo attualmente selezionato porta alla produzione una cellulosa nanofibrillare tessuta e organizzata da un pool noto di batteri e lieviti. I primi risultati ottenuti hanno portato alla realizzazione di film di rifinizione dello spessore medio di circa 20 micron, con prestazioni incoraggianti, in termini di compatibilità con la matrice, e le cui prestazioni tecniche complessive saranno oggetto dei prossimi approfondimenti.

 

Con diversi approcci e materie prime è inoltre in corso di sperimentazione un’altra soluzione tecnologica, nell’ambito di un progetto di dottorato a caratterizzazione industriale, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; in tal caso, si parte da idrolizzati di collagene ottenuti mediante trattamenti enzimatici di scarti di rasature di pelli bovine wet-white (mediante impiego di tripsina, proteasi, amilasi e proteasi), e successiva trasformazione di questi per la realizzazione di coating che prevedono un sistema coniugato collagene-caseina.

Due approcci biotecnologici distinti, per un unico macro-obiettivo: prevedere uno sviluppo sostenibile e circolare delle nuove famiglie di sistemi di rifinizione.

 

Contributo scientifico a cura della dott.ssa Claudia Florio, coordinatore del Dipartimento Biotecnologie Conciarie di SSIP.

 

 

Minimum 4 characters