Gli impianti di depurazione consortili negli ultimi anni hanno assistito al fenomeno dell’aumento del valore di COD all’uscita del trattamento terziario dei reflui industriali; in questo caso si parla di COD Recalcitrante, ossia resistente ai tradizionali metodi di depurazione.

 

Da studi di letteratura si evince che la causa di questo fenomeno è la presenza, nei reflui in entrata agli impianti di depurazione, di sostanze che non vengono degradate da parte delle colonie di microorganismi presenti nelle vasche di ossidazione, passando, senza subire alcun tipo di degradazione, nel refluo finale scaricato. 

 

Da numerosi studi presenti in letteratura, si è scoperto che moltissime sostanze comunemente utilizzate nelle attività civili, agricole, industriali, risultano essere recalcitranti ai tradizionali metodi di depurazione; 

si tende a suddividerle principalmente in due gruppi: 

POPs (Persistent Organic Pollutants/ Inquinanti Organici Persistenti) 

ECDs (Endocrine Disrupting Chemicals/ Interferenti Chimici endocrini)

 

Le sostanze che fanno parte di questi due gruppi sono: pesticidi, prodotti farmaceutici e per la cura della persona, fragranze, composti ad alto peso molecolare (polisaccaridi, polimeri a basso peso molecolare, polifenoli) e prodotti industriali (solventi, conservanti, ritardanti di fiamma, fungicidi, ecc.). 

Il progetto mira a caratterizzare le sostanze presenti nelle acque provenienti dagli impianti di depurazione consortili e responsabili del COD recalcitrante.La conoscenza di tali componenti può consentire alle aziende conciarie di sostituire i prodotti chimici scarsamente biodegradabili con prodotti adatti alle stesse fasi conciarie ma con una maggiore sostenibilità ambientale e biodegradabilità.

 

In collaborazione con il prof. Trifuoggi dell’Università degli studi di Napoli, Dipartimento di Scienze Chimiche, sono state analizzate le acque in uscita dalla linea di trattamento acque industriali degli impianti di depurazione consortili conciari.

 

Particolare attenzione è stata posta all’analisi degli alchilfenoli etossilati (OPEO ottilfenoli polietossilati e NPEO nonilfenoli polietossilati) in acque reflue.

Per la determinazione analitica degli alchilfenoli etossilati, si può fare riferimento a due metodiche di seguito riportate:

– UNI EN ISO 18857-2;

– ASTM D7742-11. 

Il metodo ISO 18857-2 consiste nell’estrazione su fase solida (cartuccia SPE copolimero stirene-divinilbenzene) del campione acquoso, successiva eluizione utilizzando acetone, derivatizzazione dell’eluato e analisi in gascromatografo massa. 

 

La metodica ASTM D7742-11 consiste nell’analisi diretta del campione acquoso (previa filtrazione su cartuccia 0.45 µm) mediante HPLC, cromatografo liquido ad alta pressione, equipaggiato con rivelatore MS/MS utilizzando la tecnica spettroscopica SRM (Single Reaction Monitoring). 

 

La scelta della metodica da utilizzare può dipendere da vari fattori; la tecnica gascromatografica risulta essere più sensibile ma molto più laboriosa per quanto riguarda il trattamento del campione e permette di analizzare un numero minore di analiti (OPnEO 0 < n < 2, NPnEO 0 < n < 2). Si raggiungono in questo caso limiti di rivelabilità dell’ordine dei ppt (parti per trilione).

 

L’utilizzo della cromatografia liquida risulta meno laboriosa per quanto riguarda la preparazione del campione e permette di analizzare tutta la famiglia degli alchilfenoli etossilati (OPnEO 2 < n < 12, NPnEO 3 < n < 18). In questo caso i limiti di rivelabilità sono dell’ordine di grandezza delle ppb (parti per miliardo).

 

 

a cura di Daniela Caracciolo, Coordinatore Dipartimento Tecnologie per l’Ambiente presso SSIP

 

 

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