LE POLITICHE GOVERNATIVEPubblicato su CPMC 1/2021

 

Intervista a: Maria Cristina Messa, Ministro dell’Università e della Ricerca

 

Il contesto emergenziale che da più di un anno fa da cornice alle nostre vite ha rinnovato la centralità del ruolo della ricerca per la sopravvivenza stessa della comunità e del sistema sociale. “La conoscenza – sottolinea il Ministro dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa – è una tra le forme di solidarietà più forti che possiamo mettere
in campo”. Ma aggiunge, “non è la panacea di tutti i mali”. La scienza apre sempre nuovi scenari e per essere all’altezza del presente e, ancor di più, per progettare il futuro occorre “investire con continuità nella ricerca e nella formazione”.  Solo così è possibile “rigenerare” il Paese.

 

Qual è lo stato della salute della ricerca italiana?

Buono, anche se bisognoso di una cura ricostituente. È un grande patrimonio di energie in alcuni casi disperse per l’eccesso di frammentazione, in altri compresse da norme che rallentano i processi. Occorre un intervento liberatorio, che restituisca entusiasmo, fiducia e voglia di fare bene. Senza queste condizioni, con un numero insufficiente di ricercatori, poche risorse e senza infrastrutture adeguate difficilmente si può imprimere una svolta e accelerare il
cambiamento.

 

Lei ha parlato della necessità di creare un sistema trasversale della ricerca in modo da poter ottimizzare l’utilizzo di fondi di diversi ministeri per generare bandi congiunti. Di cosa si tratta?

Il tema, emerso con maggior forza durante i mesi della pandemia, è fare sistema. Farlo rispetto alle risorse, alle infrastrutture, ma anche, e soprattutto, sulle politiche. Questo perché la ricerca è la piattaforma trasversale
che sorregge e alimenta tutte le iniziative innovative volte a favorire la crescita, la salute e il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Attivare, poi, bandi congiunti significherà condividere, semplificare e omogeneizzare le procedure. Un obiettivo che spero si possa estendere anche a livello territoriale.

 

Si può rendere meno tortuosa la strada che dalla ricerca di base conduce al proof of concept?
Il punto non è la strada, ma chi la percorre e il contesto di riferimento. Dobbiamo innanzitutto essere consapevoli che ogni ricerca che sviluppa un risultato scientificamente valido, prima o poi verrà sicuramente utilizzata.
Se ciò non accade subito è dovuto a fattori diversi sui quali occorre agire singolarmente. Dall’innalzamento delle conoscenze alla disponibilità di capitali di rischio, da una diversa cultura della valutazione dell’errore alla diffusione di milieu innovativi. Il compito della politica è favorire le condizioni di cornice affinché ciò accada.

 

Il benessere sociale prima ancora che economico è oggi basato sulla capacità di produrre beni e servizi ad alto tasso di conoscenza, eppure l’Italia si conferma ancora molto indietro per quota di Pil destinata alla ricerca. Il Pnrr ci aiuterà a superare questo gap?

È uno degli obiettivi strategici. Ovviamente questa significativa iniezione di risorse, che ricordiamo è un prestito da restituire, ha una funzione rigenerativa e dimostrativa. Non dobbiamo assolutamente sprecarla.

 

La scienza gode oggi di una rinnovata fiducia, l’emergenza sanitaria ha lasciato svanire i complottismi e ristabilito la gerarchia delle cose?

La conoscenza è una tra le forme di solidarietà più forti che possiamo mettere in campo. Ma non è la panacea di tutti i mali. È uno strumento particolare che, nell’aiutarci a risolvere alcuni problemi, apre nuovi scenari e interrogativi. Per questo è molto importante investire con continuità nella ricerca e nella formazione. Occorre tenere sempre viva la
curiosità e l’interesse a apprendere. Questa è l’unica strada che conosco, non per dare gerarchia alle cose, ma per vederle come sono.

 

Nel trasformare un materiale di scarto dell’industria alimentare in un prodotto ad alto valore aggiunto, la filiera della pelle è di fatto una filiera della conoscenza. Crede ci siano le condizioni per favorire la definizione di indirizzi di specializzazione sempre più connessi a questo genere di realtà produttive?

Tutte le realtà che esprimono un alto potenziale di innovazione concorrendo a innalzare la soglia della sostenibilità sono destinate a avere un futuro. La specializzazione delle conoscenze è sempre possibile, ma va vista in parallelo alla trasversalità soprattutto nelle fasi aurorali in quanto potrebbe rappresentare un limite e non un’opportunità di crescita.

 

Nati da qualche anno per iniziativa del Cnr e di Confindustria, i dottorati industriali hanno lo scopo di fare sintesi tra domanda e offerta di conoscenza e di innovazione. Prevede ulteriori investimenti a sostegno di questa iniziativa?

Indipendentemente dall’attributo, i dottorati sono uno dei fattori abilitanti per l’innovazione del Paese. Occorre favorire la liberazione di queste energie creative altamente formative anche a vantaggio del mondo produttivo e della pubblica amministrazione.

 

A cura di Gaetano Amatruda, Ufficio Stampa SSIP 

 

Fonte Foto immagine: www.money.it

 

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