Il presente contributo analizza l’implementazione della sostenibilità sociale nell’industria conciaria italiana, un settore tradizionalmente legato al Made in Italy e impegnato nella transizione verso modelli di economia circolare. Lo studio evidenzia la necessità di integrare la dimensione sociale della sostenibilità attraverso l’adozione di tecnologie verdi, la promozione di condizioni di lavoro sicure e la valorizzazione del patrimonio culturale e artigianale. Tuttavia, le criticità che ancora permangono soprattutto per le piccole e medie imprese (PMI), sono legate a fattori economici, tecnologici e culturali. L’analisi, basata su una prospettiva sociologica, mette in luce come la resistenza al cambiamento, l’habitus industriale e la mancanza di investimenti in formazione possano ostacolare l’adozione di pratiche sostenibili. Lo studio infine sottolinea il ruolo cruciale degli orientamenti professionali e delle certificazioni nel promuovere una cultura della sostenibilità all’interno del settore. Infine, si evidenzia l’importanza di affrontare le sfide poste dai nuovi trend globali per garantire un futuro sostenibile al Made in Italy conciario.
Da diversi anni il settore industriale, soprattutto quello legato ai comparti della moda, del design e dell’alimentare ha intrapreso percorsi volti a riorganizzare l’intero ciclo di vita del prodotto secondo i criteri della sostenibilità nella sua ampia accezione di bilanciamento della dimensione economica con quella ambientale, culturale, sociale ed etica. La dimensione del prodotto industriale di “qualità” ha a che fare non soltanto con prodotti che abbiano una lunga durata e minimizzino gli impatti sugli ecosistemi ambientali, ma anche con la scelta di materie prime ad alto valore ambientale e sociale, tecniche di produzione innovative che riducano gli impatti socio-ambientali delle attività e riconoscano il contributo in termini di sostenibilità di ogni parte della filiera al valore del prodotto: dalla distribuzione al marketing, ai sistemi di gestione fino ad arrivare a fornitori e territori. L’obiettivo del presente contributo è quello di analizzare in che modo le imprese dell’industria conciaria implementano la sostenibilità in termini sociali; in particolare, cercando di mettere in luce i vincoli e le risorse implicate in tali processi. In primo luogo, va considerato che l’industria conciaria italiana è attualmente molto impegnata nel sostenere modelli di economia circolare e sostenibilità ambientale. Le concerie, almeno quelle più virtuose, si caratterizzano per l’uso di materie prime provenienti da scarti dell’industria alimentare, come pelli bovine e ovicaprine, che altrimenti sarebbero destinate allo smaltimento in discarica. Questo approccio non solo riduce l’impatto ambientale, ma contribuisce anche alla riduzione delle emissioni di gas serra.
Tra i numerosi indicatori di economia circolare e sostegno all’etica della sostenibilità nell’industria conciaria italiana possiamo elencare fattori come il recupero e il riutilizzo degli scarti di lavorazione o il trattamento delle acque reflue. Ad oggi gli scarti di pelle, per fare un esempio, vengono utilizzati per la produzione di biostimolanti o collagene per l’industria cosmetica e alimentare o per il compostaggio. Il metodo di recupero della pelle dipende spesso dallo stadio del processo del ciclo di vita in cui vengono generati i rifiuti. Infatti, gli scarti provenienti dalla pelle non conciata (rifilature, scarniture e croste calcinate) sono generalmente più facilmente riciclabili. Le sostanze chimiche contenute nelle pelli sovente limitano le soluzioni di recupero per la presenza di componenti metallici e il rischio di rilascio di sostanze nocive anche se negli ultimi tempi la comunità scientifica è riuscita a dare soluzioni tecnologiche come il metodo meccanico (la frammentazione dei rifiuti in piccole particelle da incorporare in polimeri naturali o sintetici per produrre materiali riciclati come il cartone in pelle o il “metodo termico”, incluso il mattone per la manifattura o la produzione di cemento e asfalto). Questo approccio non solo riduce il volume degli scarti prodotti, ma crea anche nuove opportunità economiche e contribuisce a diffondere una nuova cultura industriale basata sul binomio innovazione tecnologica e sostenibilità. Non si tratta soltanto dell’enorme contributo del portato tecnologico di ultima generazione applicato all’industria (chimica verde, robotica, biotecnologie, riduzione robotica dell’impronta carbonica) ma soprattutto di un cambiamento culturale che viene da lontano e riguarda il concetto di sostenbilità e di ricerca e sviluppo, come definito nel Rapporto Brundtland già nel 1987.
Il cammino del Made in Italy verso la sostenibilità rappresenta dunque non solo una risposta alle pressioni esterne, ma anche una grossa opportunità per rinnovarsi e rimanere competitivi su scala globale. Investire in ricerca e sviluppo, collaborare con startup innovative e adottare pratiche produttive sostenibili sono passi essenziali per costruire il futuro del made in Italy nel settore conciario. In tal senso un ruolo determinante è giocato oggi dai consumatori finali, che possono contribuire all’impatto dei materiali anzitutto riducendo i loro consumi e poi affinando, in maniera ecologica, la propria “cultura del prodotto”. Con questa espressione si intende la capacità di valutare l’intero ciclo di vita di un prodotto, considerando l’origine delle materie prime, le tecniche di produzione, l’impatto ambientale e sociale, la durata e le possibilità di riciclo o riutilizzo. I consumatori possono fare la differenza attraverso scelte consapevoli, privilegiando prodotti in pelle provenienti da aziende che adottano pratiche sostenibili e certificazioni riconosciute. Strumenti come etichette informative, siti web aziendali e piattaforme online dedicate alla sostenibilità possono aiutare i consumatori ad accedere a informazioni dettagliate sull’impatto ambientale e sociale dei prodotti in pelle. Inoltre, i consumatori possono contribuire alla sostenibilità riducendo il consumo eccessivo di prodotti in pelle, privilegiando la qualità e la durata rispetto alla quantità e all’usa e getta, e scegliendo infine prodotti di seconda mano o vintage. Le piattaforme digitali che si sono sviluppate negli ultimi anni hanno dato un contributo sostanziale alla diffusione di pratiche sostenibili dei prodotti industriali spostando l’attenzione dalla logica del prodotto posseduto a quella del prodotto condiviso (Belk, 2014).
Un altro filone di studi si è concentrato sul ruolo che i produttori di moda possono avere nel sostenere il legame tra creatività e inclusione sociale a partire dalla consapevolezza che, nell’ambito della cultura materiale, sostenere l’artigianalità equivale a sostenere uguaglianza e inclusione. In questa direzione vanno gli studi che affrontano il ruolo della creatività e dell’artigianalità, anche e soprattutto nel settore conciario, nel supportare l’inclusione sociale di categorie socialmente fragili. Oltre agli impatti ambientali, la sostenibilità nel settore conciario ha dunque importanti implicazioni sociali. Ad esempio, l’adozione di tecnologie green al fine di determinare processi produttivi innovativi può contribuire a migliorare le condizioni di lavoro degli impiegati, ad esempio riducendo la loro esposizione a sostanze dannose e promuovendo la salute e la sicurezza sul lavoro. Inoltre, la sostenibilità può favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, in particolare nei settori della ricerca e sviluppo, della gestione ambientale e della formazione. Infine, la valorizzazione del patrimonio culturale e artigianale legato alla lavorazione della pelle può contribuire allo sviluppo economico e sociale delle comunità locali, promuovendo identità, coesione e sviluppo. Nonostante il settore del Made in Italy sia da qualche decennio impegnato in un atteggiamento di maggiore consapevolezza verso la produzione e smaltimento sostenibile del prodotto – che si aggiunge alla dimensione di responsabilità sociale d’impresa che da diversi decenni ne sostiene l’etica – sono ancora diversi i nodi critici. Le metodologie divalutazione d’impatto attualmente disponibili – ad esempio la cosiddetta “valutazione del ciclo di vita (LCA)” – pur essendo ampiamente utilizzata per valutare i potenziali impatti ambientali dei prodotti conciari durante il loro intero ciclo di vita – comprese le fasi di estrazione delle risorse, produzione, utilizzo, trasporto e fine vita – non tengono conto delle dimensioni immateriali della sostenibilità, come la sedimentazione di valori e culture “sensitive”. Ulteriori criticità sono di natura economica, tecnologica, ma anche culturale e sociale e riguardano, principalmente, le piccole e medie imprese (PMI).
Come evidenziato dal rapporto del WWF Italia (2021), le PMI spesso mancano delle risorse finanziarie e delle competenze necessarie per investire in tecnologie verdi e procedure sostenibili. Uno studio condotto dall’ Unione Nazionale Industria Conciaria (UNIC, 2022) ha mostrato come le stesse PMI, pur essendo centrali per la tenuta economica del comparto, incontrino difficoltà nell’accesso a finanziamenti utili per l’implementazione di sistemi di gestione ambientale per l’innovazione sostenibile. Dal punto di vista sociologico, il settore conciario riflette dunque le dinamiche classiche di resistenza al cambiamento, specialmente nelle PMI dove la cultura organizzativa è spesso fortemente ancorata a pratiche tradizionali e consolidate. Questo fenomeno è stato studiato da Ulrich Beck (1992) il quale analizza come la società moderna sia caratterizzata da una crescente consapevolezza dei rischi ambientali e tecnologici, ma al contempo da una difficoltà nell’affrontare tali rischi in modo efficace. Tale resistenza al cambiamento si esplica bene nel concetto di “habitus” di Bourdieu (1979), inteso come l’insieme di disposizioni durevoli che guidano le azioni di individui e gruppi sociali, e che può rappresentare un ostacolo all’innovazione, in quanto spinge a privilegiare la continuità rispetto al cambiamento. Le PMI conciarie, spesso a conduzione familiare e con una forte identità locale, possono essere “intrappolate” in quello che si porebbe definire un “habitus industriale”, limitando l’adozione di nuove tecnologie e pratiche sostenibili. La sostenibilità, in tale contesto, non può essere solo una questione tecnica o normativa, ma deve diventare parte integrante della cultura aziendale, implicare una trasformazione profonda delle mentalità e dei comportamenti, che può essere favorita da percorsi di formazione professionale specifici (Carroll, 1999). L’importanza della formazione professionale nel settore conciario è stata sottolineata anche da Arthur P. J. Mol (2000) nella sua teoria della “modernizzazione ecologica”, secondo la quale la formazione continua è fondamentale per favorire la transizione verso modelli più sostenibili, in quanto permette di sviluppare le conoscenze e le competenze necessarie per gestire le sfide ambientali e sociali che si propongono. Tuttavia, molte piccole imprese non investono nella formazione dei loro dipendenti, limitando la capacità di adattarsi a un ambiente industriale in rapido cambiamento.
A tale proposito, lo studio di Unioncamere (2022) “Competenze green per la transizione ecologica” evidenzia la necessità di investire in percorsi formativi che combinino conoscenze tecniche, competenze trasversali e consapevolezza ambientale. Un altro aspetto fondamentale per il miglioramento delle pratiche sostenibili nel settore conciario è l’adozione di pratiche virtuose. In un’industria come quella conciaria, in cui la sostenibilità richiede un approccio integrato e collaborativo, gli scambi tra imprese rappresentano un’opportunità per diffondere soluzioni innovative e sostenibili. Michael Porter e Mark Kramer (2011), sostengono che le aziende possono generare valore economico e sociale affrontando le sfide sociali e ambientali. La creazione di network di condivisione di best practices potrebbe favorire un più rapido trasferimento di conoscenze e competenze, riducendo le barriere culturali all’innovazione. L’utilizzo di linee guida comuni per il settore potrebbe facilitare inoltre questo processo, fornendo un quadro di riferimento che aiuti le PMI a orientarsi nel complesso panorama della sostenibilità. La norma ISO 14001 (2015), che definisce i requisiti per un sistema di gestione ambientale, rappresenta un esempio di linea guida ampiamente riconosciuta a livello internazionale. Per indagare a fondo questo fenomeno, il progetto SOLARIS- Sustainable Options for Leather Advances and Recycling Innovative Solutions, all’interno del partenariato esteso MICS- Made in Italy Circolare e Sostenibile, si propone di esplorare le criticità e le potenzialità della sostenibilità nel settore conciario italiano. Attraverso la survey indirizzata alle aziende conciarie presenti sul territorio italiano, si sta cercando di comprendere le ragioni che ostacolano l’adozione di pratiche virtuose da parte delle PMI, approfondendo gli aspetti economici, tecnologici e culturali che influenzano le loro scelte. I risultati di questa analisi forniranno un quadro delle sfide e delle opportunità per la sostenibilità nel settore, contribuendo a definire strategie efficaci per supportare le PMI nel loro percorso verso un modello di business più responsabile.
Conclusioni
Il Made in Italy, pur forte del suo prestigio internazionale e della crescente attenzione alla sostenibilità, si trova a dover affrontare un futuro complesso e sfidante. Sta emergendo in particolare, la presenza di macro-trend cruciali per questo settore. Prima di tutto, le nuove generazioni di consumatori, altamente sensibili ai temi della sostenibilità, dell’etica e dell’inclusione sociale, stanno ridefinendo le priorità del mercato. Non si accontentano più di un prodotto esteticamente bello e di qualità, ma esigono trasparenza sull’origine delle materie prime, sulle condizioni di lavoro e sull’impatto ambientale dell’intero ciclo produttivo. Le aziende del Made in Italy devono quindi adottare modelli di business più responsabili, comunicando in modo chiaro e trasparente il proprio impegno verso la tutela dell’ambiente (Mintel, 2023). Questo implica investire in tracciabilità di filiera, certificazioni di sostenibilità e innovazione di prodotto e di processo. L’industria 4.0, inoltre, sta invece trasformando radicalmente i settori produttivi, offrendo nuove opportunità per ottimizzare la produzione, personalizzare l’offerta e migliorare l’esperienza del cliente. L’integrazione di tecnologie digitali come l’Internet of Things, il cloud computing e l’intelligenza artificiale consentono di automatizzare processi, analizzare i dati di mercato e creare esperienze di acquisto immersive e personalizzate (Accenture, 2022). Allo stesso modo l’Industria 5.0, con la sua enfasi sulla collaborazione uomo-macchina, sulla sostenibilità e sulla personalizzazione, offre nuove opportunità per il settore conciario. Tecnologie come la robotica collaborativa, la stampa 3D e la re altà aumentata consentono di creare processi produttivi più efficienti, flessibili e orientati alle esigenze del singolo cliente (European Commission, 2021). In conclusione, il futuro del Made in Italy dipenderà dalla capacità di integrare questi macro-trend in una strategia coerente e lungimirante. Sarà fondamentale preservare i valori della tradizione, dell’artigianato e della creatività, adattandoli al contempo alle esigenze di un mercato globale in rapida evoluzione. Ciò consentirà al Made in Italy di continuare a rappresentare un’eccellenza nel settore, coniugando successo economico, equità sociale e sostenibilità ambientale.
Acknowledgement
This work arises from a part of activities carried out within the MICS (Made in ItalyCircular and Sustainable) Extended Partnership and received funding from the European Union NextGeneration EU (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR) MISSIONE 4 COMPONENTE 2, INVESTIMENTO 1.3 D.D. 1551.11-10-2022, PE00000004). This manuscript reflects only the authors views and opinions, neither the European Union nor the European Commission can be considered responsible for them.
Bibliografia
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Beck, U. (1992). Risk Society: Towards a New Modernity. Sage Publications.
Belk, R. (2014). You are what you can access: Sharing and collaborative consumption online. Journal of Business Research, 67(8), 1595-1600.
Bourdieu, P. (1979). La Distinction: Critique sociale du jugement. Les Editions de Minuit. Carroll, A. B. (1999). Corporate social responsibility: Evolution of a definitional construct. Business & Society, 38(3), 268-295.
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ISO 14001 (2015). Environmental management systems — Requirements with guidance for use. International Organization for Standardization.